Vito Campanelli

Top Level

Pittori

I contenuti qui di seguito riportati, sono a cura esclusiva dell'artista

CONDIVIDI

Vito Campanelli (Venezia, 1962) è un artista contemporaneo italiano, pittore autodidatta che vive e lavora nella città lagunare. Cresciuto in una casa affacciata sul chiostro della Chiesa della Madonna dell'Orto — dove riposa il Tintoretto — ha assorbito fin dall'infanzia il respiro dell'arte veneziana, iniziando a dipingere su tela intorno ai dieci anni. A soli diciassette anni, nel 1979, debutta con una collettiva alla Galleria San Vidal di Venezia, notato dal critico d'arte Paolo Rizzi, che rimane colpito dalle sue tele astratto-informali e lo introduce nell'ambiente artistico lagunare degli anni Ottanta, con mostre alla Scoletta di San Zaccaria e alla Scola dei Calegheri. Da allora la sua attività espositiva non ha conosciuto pause, con oltre duecento esposizioni tra personali e collettive, in Italia e all'estero. La pittura Campanelli è conosciuto per la sua ricerca cromatica intensa e visionaria, che si muove tra astrazione e informale. Il pubblico lo identifica soprattutto come il pittore dei grandi "Quadri Rossi" — tanto che tra gli estimatori si è diffusa l'espressione "Rosso Campanelli" per indicare il tono profondo e inconfondibile che domina molte sue opere. Il suo percorso, tuttavia, è fatto di continua sperimentazione: cicli cromatici che attraversano il rosso, il blu, il grigio e il giallo, in un viaggio che in oltre quarant'anni di ricerca ha prodotto un linguaggio pittorico unico, dove il colore è materia viva, forza generativa, strumento di esplorazione dell'assoluto. Il gesto pittorico di Campanelli miscela regola e istinto, metodo e improvvisazione, disciplina e pulsione — dando vita a epifanie poetiche intense e misteriose. Tra i critici e curatori che hanno scritto del suo lavoro figurano Paolo Rizzi, Gaetano Salerno, Francesca Brandes, e Alvise Marin. Nel 2020 il regista Diego de Giorgi gli ha dedicato il film documentario La forma del Colore. Curatore e promotore culturale Accanto alla pratica artistica, Campanelli è attivo come curatore e organizzatore di eventi culturali. Già dal 1995 al 2005 promuove "Incontri nell'atelier", ciclo di incontri e interazioni tra artisti negli atelier veneziani. Nel 2004-2005 coordina il progetto "Legrenzi Live Art" — performing arts con 72 artisti a Mestre. Nel 2008-2009 collabora al progetto culturale per Salemi (Trapani) con Vittorio Sgarbi e Oliviero Toscani. Nel 2010 porta il suo lavoro in Polonia con personali al Twierdza Boyen Museum di Gizycko e alla Galleria Milano di Varsavia. Nel 2013 cura il progetto galleria "Mestre Contemporanea". Dal 2022 è co-ideatore e coordinatore di Domus Lab — Atelier Aperti in Terraferma, progetto culturale realizzato insieme al critico d'arte Gaetano Salerno e all'artista Roberto Cannata, con il patrocinio del Comune di Venezia. Il progetto mappa e apre al pubblico gli atelier degli artisti della terraferma veneziana, trasformandoli in spazi vivi di cultura e socialità. Nel 2024 Domus Lab confluisce in Mestre Lab, circuito artistico indipendente con mostre collettive a Forte Marghera.

RECENSIONI

FRANCESCA BRANDES - Arousal, o del risveglio (2025) Incandescente, e blu, sul bordo dell’Aperto: l’artista è al massimo della profondità, alla pelle della pittura. Ci appare compatto, omogeneo il suo operare, se non fosse per alcuni fremiti, al limite dell’udibile. Il tempo si azzera nel gesto, a definire un campo energetico. Vito Campanelli, un brivido nello spazio della tela: l’attualità e la forza di questo pittore veggente, di estrosa sapienza concettuale, stanno tutte nella sfida a ciò che si considera inesprimibile. Lui sì, riesce a cogliere le intermittenze simultanee del respiro, le indecifrabili connessioni tra le sorti. Lo pervade un’ansia inesauribile di ricerca, una sete pervasa di sortilegi visivi. L’eccitazione dell’agire – folle, imprevista, incoercibile – sale fino a far risuonare le sfere celesti: culmine dell’attenzione, allerta dei sensi. Arousal. Ciò che balza agli occhi, in queste tele assolute, è l’intensità della pronuncia, miracolosa come una nascita che emerga da preludi catastrofici. Per Vito l’evento artistico è organo corporeo, flusso sanguigno, materia. La partenza, sul confine di noi, costituisce il mistero. Per fortuna sua, e nostra: perché nel suo danzare in bilico, ogni verosimiglianza è un inganno, la vera voragine in cui sarebbe erroneo precipitare. L’artista si abbandona alla forza travolgente del vortice. Nella qualificazione organica di quella pelle profonda, percorsa da un brivido sensuale, si rivela la genesi del tutto. È il travaglio di una germinazione perpetua, e assieme il rito di ogni iniziazione: luce che trapunta l’incandescenza di quel blu, flusso di particelle mai identiche a se stesse. La pittura chiama a sé la pittura, in uno scenario immateriale in cui non si riconoscono soggetti, ma solo le loro interazioni. Linguaggio ideale per un cambio radicale di paradigma, orizzonte olistico. Il campo della tela, che è spazio, non luogo, appare percorso da salienze emotive, da necessarie contraddizioni: quasi le scintille che balenano dallo sfrigolìo di una pietra focaia. Ed è in quel punto, nella smagliatura della tinta agglutinata, che appare la sorpresa, il coup de théâtre: forse un inciso, la coda di una cometa, vitale mescolanza di azzurrità e humus. Fuoco di ferro e fosforo, gallio e indio; fuoco blu. Spesso gli sviluppi più fruttuosi – come amava ripetere Karl Heisemberg, uno dei padri della fisica quantistica – si verificano ai punti d’interferenza tra diverse linee di pensiero: come strati di pittura, blu e ancora blu, gli eventi stessi possono coesistere in stati sovrapposti, generando una realtà complessa. Nasce blu un grande pensiero, sul ciglio di una comprensione che tutto tiene. Vito prende sempre posizione per il pericolo, scende al fondo. Ovunque è altrove. L’apparente stato di quiete, nel blu, insiste su un inganno percettivo; il risveglio genera delle, sia pur lievi, alterazioni negli effetti dinamici delle forze in campo. Fra lo spazio e il ritmo del braccio che dipinge, su quel margine che è volo e strapiombo, azzardo estremo. La tinta penetra l’artista come seme nella terra: che luminosa follia aver generato l’amore, sulla spessa cenere dei giorni. Infine ci è chiaro, i lavori di Campanelli sono opere di desiderio nell’accezione lacaniana, laddove il desiderio è la parte più intima di ogni uomo e, nello stesso tempo, a lui stesso la più sconosciuta. Forza che non si placa con la soddisfazione dell’impulso, condizione assoluta che rende vivi, in allerta, aperti alla possibilità, all’imprevedibile. Dagli occhi al respiro, dalle ciglia alle labbra: è anche rabbia talvolta, ribellione che dilaga sulla tela, furore indistinguibile dall’urlo; il blu profondo comporta il passaggio del confine che ci separa da noi, dalla nostra presenza materiale. Tuttavia è anche stato di grazia, l’essere colti da un esistere che non riguarda più il soggetto; la rosa di Nessuno di Paul Célan, l’accadere e l’impossibile mischiati contro l’oblio. Il gesto, allora, si fa liberazione di un’energia che esiste di per sé, e le opere sorgono soprattutto per l’urgenza di far uscire quella grazia. Quasi un’eruzione. È l’artista che appartiene alla sua opera, e non viceversa: increspature, lampi, lacerazioni percorrono il suo agire come lame taglienti. La ferita appartiene anch’essa a questa materia fremente e trasmutata, senza riparo, ed è ferita di tutti. Ciò che resta nel silenzio, mentre la tinta si asciuga, è – per noi che la contempliamo – più che un abbraccio. Francesca Brandes